Lo spatifillo (Spathiphyllum) è una delle piante da appartamento più diffuse proprio perché è generoso e resistente. Ma ha una particolarità che spesso spaventa: si affloscia completamente nel giro di poche ore, con foglie e fiori che cadono verso il basso in modo quasi teatrale.
Quando accade ogni 2 o 3 giorni, la scena è sempre la stessa: la pianta sembra morente, si aggiunge acqua, e nel giro di poco tempo torna eretta e rigogliosa. Questo comportamento, per quanto scenografico, non è un difetto. È una caratteristica fisiologica ben precisa.
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Cosa succede per farlo afflosciare
Il motivo è legato alla perdita di turgore cellulare. Le foglie dello spatifillo sono ricche d’acqua; quando il terriccio si asciuga, la pianta perde rapidamente pressione interna nelle cellule. Le foglie, non più sostenute dalla pressione dell’acqua, si piegano verso il basso.
È un meccanismo di comunicazione molto chiaro: la pianta sta segnalando sete. A differenza di altre specie che mostrano segni graduali, lo spatifillo reagisce in modo rapido e visibile.
Dopo l’irrigazione, l’acqua viene assorbita dalle radici, il turgore si ripristina e la pianta “risorge” in poche ore. Questo comportamento è normale, purché non diventi troppo frequente.
Il problema non è l’afflosciamento in sé, ma la sua ripetizione ravvicinata.
Quando il vaso è troppo piccolo
Se la pianta “sviene” ogni due giorni, quasi sempre significa che il vaso è diventato troppo piccolo. Con il tempo, lo spatifillo sviluppa un apparato radicale fitto e vigoroso. Quando le radici occupano quasi tutto lo spazio disponibile, rimane pochissimo terriccio capace di trattenere l’umidità.
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In pratica, l’acqua non ha più una riserva su cui distribuirsi: viene assorbita rapidamente oppure scorre via. Il risultato è un substrato che si asciuga in tempi molto brevi.
Questo fenomeno è tipico delle piante che sono radicate strettamente, cioè con il pane di terra completamente invaso dalle radici. In questi casi, non si tratta di una carenza di cure, ma di una semplice questione di spazio.
Un altro segnale è la rapidità con cui l’acqua attraversa il vaso: se appena irrigato, l’acqua esce subito dai fori di drenaggio, è probabile che il substrato sia quasi tutto radice.
Cosa fare per farlo stare dritto
Nel mese di febbraio è meglio evitare il rinvaso, soprattutto se la pianta non mostra segni di sofferenza permanente. In questo periodo la crescita è ancora lenta e intervenire potrebbe causare uno stress inutile.
La soluzione, nell’immediato, è controllare più spesso il livello di umidità del terriccio e irrigare non appena inizia ad asciugarsi in superficie. Non bisogna aspettare che la pianta collassi completamente ogni volta: meglio anticipare leggermente la sete.
A marzo, con la ripresa vegetativa, è il momento ideale per intervenire. Si consiglia un rinvaso in un contenitore leggermente più grande, non eccessivo, con un substrato nuovo e drenante. In questo modo si ripristina una buona quantità di terra capace di trattenere l’acqua e si offre alle radici lo spazio necessario per espandersi.
Dopo il rinvaso, la differenza si nota subito: l’afflosciamento delle foglie diventa meno frequente, l’equilibrio idrico si stabilizza e la pianta mantiene più a lungo le foglie turgide e brillanti.
