Per il pothos il concime adatto lo puoi fare con i fondi di caffè

L’idea di concimare il pothos (Epipremnum aureum) con i fondi di caffè nasce dal fatto che si tratta di un residuo organico “ricco” e facilmente disponibile.

In realtà, per capire se sia davvero giusto usarli, bisogna ragionare in modo tecnico: il pothos è una pianta da interno coltivata quasi sempre in substrato in vaso, cioè in un sistema chiuso dove l’equilibrio tra aria, acqua, microbi, pH e sali minerali si altera molto più facilmente rispetto al terreno in piena terra.

Quindi la domanda corretta non è solo “i fondi nutrono?”, ma anche: “come cambiano il substrato nel tempo, quanto velocemente si trasformano e con quali effetti collaterali?”.

Cosa contengono i fondi di caffè

I fondi sono soprattutto materia organica (cellulosa, lignina, composti fenolici) e una quota di minerali, tra cui spicca l’azoto in forma organica. Però è fondamentale un punto: l’azoto dei fondi non è immediatamente disponibile per la pianta.

Perché? Nel vaso, i nutrienti diventano assimilabili solo quando la materia organica viene decomposta da microrganismi (batteri e funghi). Questa decomposizione “mineralizza” l’azoto organico trasformandolo in forme minerali (prima ammonio, poi nitrato) che le radici possono assorbire. Se l’attività microbica è bassa (tipico dei vasi in appartamento, con substrati molto torbosi e cicli di asciugatura), la trasformazione è lenta e irregolare.

Inoltre i fondi contengono anche composti che possono interferire:

  • una quota di caffeina e sostanze correlate (di solito ridotte dopo l’estrazione, ma non azzerate),
  • una frazione fine che tende a compattare il substrato,
  • nutrienti presenti in quantità non bilanciate rispetto alle esigenze di una pianta da foglia.

Dal punto di vista agronomico, i fondi non sono un “concime completo”: non rispettano un rapporto N-P-K controllabile e non garantiscono apporto stabile di fosforo e potassio.

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Quando possono fare più male che bene

Nel pothos, i problemi più comuni non derivano dall’idea “organica” in sé, ma dall’uso pratico in vaso. I rischi principali sono quattro.

Il primo è la compattazione: lo strato di fondi, soprattutto se steso in superficie, tende a creare una crosta che riduce la porosità e quindi l’ossigeno disponibile alle radici. In una pianta tropicale come il pothos, radici poco ossigenate aumentano la probabilità di marciume radicale.

Il secondo è l’alterazione della gestione idrica: i fondi trattengono acqua e, se accumulati, rendono il substrato più umido a lungo. Questo favorisce muffe superficiali e moscerini del terriccio (i sciaridi), spesso scambiati per “problemi inspiegabili” della pianta.

Il terzo è la dinamica dell’azoto: durante la decomposizione, i microrganismi possono “competere” con la pianta e immobilizzare azoto disponibile, sottraendolo temporaneamente alle radici. Il risultato può essere un rallentamento della crescita o foglie più pallide, cioè un’apparente carenza nonostante si stia “concimando”.

Il quarto è l’accumulo di sali e squilibri: anche se i fondi non sono di per sé un fertilizzante salino come molti concimi liquidi, in un vaso piccolo qualsiasi aggiunta ripetuta e non dosata può cambiare la conducibilità del substrato e lo stress osmotico delle radici.

In sintesi: i fondi possono essere tollerati solo in quantità minime e con modalità controllate, altrimenti è più facile ottenere effetti negativi che benefici. Preferisco di gran lunga usare i lupini come concime.

Come concimare il pothos

Per una concimazione efficace e prevedibile, la via più stabile è usare un fertilizzante bilanciato per piante verdi, con dosaggio controllabile e frequenza regolare. Il pothos, essendo coltivato per le foglie, beneficia soprattutto di un apporto costante di azoto (senza eccessi), più microelementi come ferro e magnesio.

Detto questo, se si vuole comunque usare i fondi di caffè, la scelta più “scientifica” è trattarli come un ammendante organico leggero e non come un concime vero e proprio. Di seguito sono riportati i procedimenti consigliabili, in ordine dal più sicuro (per il vaso) al più rischioso.

  1. Raccolta e asciugatura
    Si raccolgono i fondi e si stendono in uno strato sottile su carta o vassoio. Si lasciano asciugare completamente (devono diventare friabili). Questo riduce la carica fungina e la possibilità di odori e muffe.
  2. Compostaggio
    Si mescolano i fondi asciutti con materiale “secco” (cartone non stampato sminuzzato, foglie secche) in rapporto orientativo 1 parte fondi : 3–4 parti secco. L’obiettivo è bilanciare il rapporto carbonio/azoto e favorire una decomposizione aerobica.
  3. Maturazione
    Si lascia maturare finché l’odore diventa di “terra” e non di caffè, e il materiale risulta scuro e omogeneo. A quel punto si ottiene un ammendante più stabile.
  4. Uso nel vaso
    In fase di rinvaso (momento migliore), si incorpora al terriccio una quantità molto ridotta, indicativamente 5% in volume (non oltre), mescolando in modo uniforme. In alternativa, si distribuisce un velo sottilissimo in superficie e si copre con un po’ di terriccio per evitare croste.
  5. Controllo
    Per 2–3 settimane si osservano eventuali segnali: presenza di muffa, moscerini, substrato troppo umido, calo di turgore. In caso di problemi, si sospende qualsiasi aggiunta organica e si migliora aerazione e drenaggio.


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Gianluca Grimaldi
Gianluca Grimaldi
Da sempre sono appassionato di fiori e piante, di giardinaggio e di tutto quello che è "verde". Credo che la parola "ecologia" sia sinonimo della parola "futuro".