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Prima di accendere la stufa a pellet per la prima volta va capito cosa cambia tra abete o faggio

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Al supermercato o al consorzio agrario i sacchi di pellet sembrano tutti uguali: quindici chili di cilindretti di legno pressato, chi più chiaro e chi più scuro. Sull’etichetta però compaiono nomi diversi, abete, faggio, misto, e nella stufa la differenza si vede: nella fiamma, nel vetro che si annerisce e nella cenere da togliere ogni giorno.

diversi tipi di pellet

Prima della prima accensione dell’inverno conviene quindi fare due cose: preparare la stufa e scegliere il pellet giusto per quella stufa. Non esiste una specie migliore in assoluto, ma ci sono legni diversi che si adattano meglio a stufe e abitudini diverse.

La stufa prima del primo sacco

Dopo mesi di riposo, la stufa a pellet va pulita prima di caricare il serbatoio. Braciere, vetro e cassetto della cenere sono a carico di chi la usa, mentre scambiatore, condotti e canna fumaria richiedono la pulizia straordinaria annuale. La norma tecnica UNI 10683 prevede la pulizia annuale della canna fumaria da parte di un tecnico qualificato.

Accanto alla stufa è utile un rilevatore di monossido di carbonio, da provare con il pulsante di test ogni mese. Mal di testa, nausea o vertigini in più persone nella stessa stanza sono un segnale da non sottovalutare: in quel caso bisogna uscire all’aria aperta e chiamare i soccorsi.

Il pellet di abete

Il pellet di abete, e in generale di conifere, è molto diffuso. Il legno delle conifere è leggero e poroso, ma a parità di peso contiene un po’ più di energia di quello delle latifoglie, grazie a resine, cere e lignina. Una volta pressato in pellet, quindi, non è affatto un combustibile di serie B.

Viene apprezzato per una combustione regolare e una quantità di cenere generalmente bassa. Per questo è spesso indicato per le stufe piccole, da 6–8 kW, e per gli apparecchi moderni che lavorano meglio con un combustibile omogeneo e pulito.

Il pellet di faggio

Il faggio è un legno duro e denso, molto apprezzato anche come legna da ardere. Nel pellet dà una fiamma vivace e scalda in fretta, e per questo è spesso consigliato per termostufe e caldaie, che hanno bisogno di molta energia in poco tempo.

Il rovescio della medaglia è la cenere: un pellet di faggio non asciugato bene può lasciarne un po’ di più rispetto a quello di abete, con un braciere da pulire più spesso. La differenza tra un buon pellet di faggio e uno scadente, più che dalla specie, dipende quindi da come è stato lavorato.

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Misto e altre specie

Molti sacchi riportano un pellet misto di conifere e latifoglie. Può funzionare bene in tante stufe, ma la qualità varia molto da un produttore all’altro, e una miscela mal calibrata si riconosce dai residui nel braciere dopo pochi giorni.

Le caratteristiche di ogni essenza, da faggio e abete fino al pino e alla betulla dei pellet d’importazione, sono descritte nel confronto tra i diversi tipi di legno del pellet. In ogni caso conviene provare un sacco prima di comprarne un bancale intero: è la stufa a dire quale pellet le si adatta di più.

Il colore non dice la qualità

Uno dei luoghi comuni più diffusi è che il pellet chiaro sia sempre migliore di quello scuro. In realtà il colore dipende dalla specie, dalla corteccia e dal processo di lavorazione: un pellet scuro non è necessariamente scadente, e uno molto chiaro non è automaticamente di prima qualità.

Diventa un campanello d’allarme solo quando un pellet molto scuro non riporta alcuna indicazione sulla specie o sulla provenienza. Più che l’aspetto, contano i dati scritti sul sacco.

Cosa leggere sul sacco

Il marchio ENplus indica la classe di qualità. La classe A1, la più alta, prevede umidità non superiore al 10% e ceneri entro lo 0,7%; la A2 ammette fino all’1,2%. Accanto al logo deve comparire un codice identificativo dell’azienda, che si può verificare nella banca dati ufficiale: senza codice, meglio diffidare.

Anche il potere calorifico va letto con attenzione. Un buon pellet domestico si aggira intorno a 4,6–5 kWh per chilo “tal quale”, cioè così come è nel sacco; valori molto più alti sono spesso calcolati sul legno completamente secco e sovrastimano il calore reale. Infine il diametro, di solito 6 o 8 millimetri, deve essere quello indicato nel libretto della stufa.

Dove tenere i sacchi

Il pellet assorbe facilmente l’umidità, e un pellet umido si sfalda, produce più polvere e brucia peggio. I sacchi vanno tenuti in un locale asciutto e ventilato, sollevati da terra e lontani da pareti fredde, dove si può formare condensa.

Anche la cenere della stufa, se il pellet è di legno vergine e certificato, può avere un secondo uso in giardino, purché lontano da piante che amano il terreno acido come azalea e camelia, perché alza il pH del terreno. Prima di usarla vale la pena di controllare cosa c’è nella cenere.

Photo credits: le immagini presenti in questo articolo sono di proprietà di Meraki s.r.l.s.