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Controlla la ringhiera se tocca la dipladenia prima che il ferro faccia il danno

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A novembre la dipladenia del balcone è spesso tutta sulla ringhiera: rami lunghi e verdi avvolti al corrimano, qualche viticcio infilato tra le sbarre, pochi fiori o nessuno. Il vaso è lì sotto, ma la pianta ormai vive sul metallo. È una scena normale a fine stagione, e nasconde il punto più fragile della pianta nelle prossime settimane.

dipladenia

Il ferro della ringhiera, nelle notti serene, scende sotto la temperatura dell’aria. Perde calore verso il cielo più in fretta di quanto l’aria riesca a restituirglielo, e al mattino è il primo oggetto del balcone a coprirsi di brina. I fusti della dipladenia che vi aderiscono per decine di centimetri ricevono quel freddo per contatto, prima e più delle foglie che stanno in mezzo all’aria.

Per questo i primi danni da freddo compaiono di frequente proprio sui tratti di ramo a contatto con il metallo, mentre il resto della pianta è ancora verde. Staccarla adesso, con calma, evita di trovarla a dicembre con i fusti principali anneriti lungo la ringhiera.

Perché il metallo gela il fusto

La dipladenia, che i vivaisti chiamano anche Mandevilla, è una rampicante volubile: non ha ventose né radici aeree, si arrampica avvolgendo il fusto attorno a ciò che trova. Sulla ringhiera questo significa diversi giri stretti attorno a una barra fredda, con la corteccia giovane premuta contro il ferro.

Una foglia colpita dal freddo si perde e si sostituisce. Un tratto di fusto danneggiato invece interrompe il passaggio di acqua e zuccheri verso tutto ciò che sta oltre, e la pianta in primavera riparte da sotto la lesione, spesso dalla base. È la differenza tra una dipladenia che a maggio ha già un metro di rami e una che ricomincia da venti centimetri.

Conta anche la posizione: la ringhiera è la parte più esposta al vento del balcone, mentre il vaso a terra, contro il muro di casa, sta già qualche grado più al caldo. Una pianta che su un balcone riparato arriverebbe a dicembre con qualche fiore, agganciata al corrimano si ferma settimane prima.

Il giorno giusto per staccarla

Si sceglie una giornata mite e asciutta, a metà mattina, quando i rami sono flessibili. Con il freddo o dopo la pioggia i fusti della dipladenia diventano più rigidi e si spezzano al primo tentativo di raddrizzarli. Il lavoro va fatto prima della prima gelata annunciata, non dopo: un ramo già colpito si rompe comunque.

Servono guanti. Dove un ramo si rompe esce il lattice bianco tipico della pianta, e il contatto con la pelle può irritare. Il lattice che la dipladenia perde dai rami è una difesa normale, ma conviene non portarselo agli occhi e lavare le mani alla fine.

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Prima di toccare qualcosa si osserva la pianta per un minuto: da dove partono i rami principali, in che senso girano attorno alle sbarre, dove si incrociano tra loro. Le rampicanti volubili si avvolgono sempre nello stesso verso, e saperlo in anticipo è ciò che evita di forzare un fusto nella direzione sbagliata.

Svolgere i rami senza spezzarli

Si parte dalla punta del ramo, non dalla base, e si ripercorre a ritroso la spirale che la pianta ha fatto crescendo, un giro alla volta. La punta è la parte più morbida e si libera facilmente; man mano che si scende il fusto è più legnoso e va accompagnato con tutta la mano, mai tirato.

I tratti che si sono saldati alla barra, con la corteccia che ha preso la forma del ferro, non si forzano. Si lasciano un giro in più e si libera il resto: un ramo con un’ansa lenta attorno alla sbarra sopravvive, un ramo spezzato no. Lo stesso vale per i fusti che passano tra due sbarre e tornano indietro, che spesso conviene tagliare netti sopra un nodo piuttosto che sfilare.

I rami svolti si raccolgono subito in due o tre fasci larghi, legati con rafia senza stringere, così non ricadono a terra e non si impigliano di nuovo. Un ramo che rimane libero per mezz’ora su un balcone ventoso si spezza quasi sempre alla base.

Non accorciare i rami lunghi

Una volta staccata, la pianta sembra spettinata e la tentazione di darle una regolata è forte, soprattutto se ha rami lunghi e verdi che non fioriscono più. In novembre è meglio resistere. Quei rami sono il magazzino di riserve con cui la dipladenia passa l’inverno, e un taglio ora apre ferite che con l’umidità e il freddo cicatrizzano male e produce getti nuovi, teneri, destinati a gelare.

Il momento giusto per accorciarla è la fine dell’inverno, quando si sfoltiscono i rami intricati e si spuntano quelli lunghi prima della ripresa. Adesso si tolgono solo i tratti già secchi o spezzati durante lo svolgimento, con un taglio pulito sopra un nodo sano.

Se qualche ramo si è rotto comunque, non è tutto perso: le punte sane possono diventare talee, visto che la dipladenia si moltiplica da un ramo prima del freddo, purché si lasci asciugare il lattice al taglio prima di metterle a radicare.

Un tutore che non conduce il freddo

I fasci di rami vanno riavvolti, senza stringere, su un sostegno piantato nel vaso: tre canne di bambù legate in cima, un obelisco di legno o una griglia di plastica. Legno, canna e plastica non si raffreddano come il ferro e, soprattutto, si spostano insieme al vaso. Da questo momento la pianta e il suo sostegno sono un unico oggetto.

Dipladenia con fiori rossi avvolta a un tutore verticale contro un muro di pietra

Il vaso si allontana dalla ringhiera e si accosta al muro di casa, nel punto più riparato dal vento, meglio se sotto una sporgenza che tenga lontana la pioggia. Lì la dipladenia può restare finché le notti si mantengono sopra i 5 gradi circa; quando le previsioni scendono sotto, è il momento di portarla in casa o in un vano luminoso e fresco. Con la pianta già raccolta sul suo tutore, lo spostamento richiede un minuto invece di una potatura forzata all’ultimo momento.

Con i primi freddi l’acqua si riduce molto: una dipladenia che non cresce beve poco, e la zolla fredda e bagnata danneggia le radici più di una settimana di siccità. Il controllo da fare ogni pochi giorni è sui fusti vicino alla base: finché restano verdi e sodi sotto la corteccia, la pianta è a posto e a marzo ripartirà da tutta la sua lunghezza, non da quello che il ferro le avrà lasciato.

Photo credits: le immagini presenti in questo articolo sono di proprietà di Meraki s.r.l.s.